Lavoro
Che si sia smosso qualcosa? intendo… rispetto a questo
Esortiamo con gran fervore tutti gli utenti a seguire quanto scrivono i rappresentanti dell’Azienda, se davvero tengono a questo servizio.
Bakeka.it ha rilasciato da pochi giorni questo annuncio:
Cari Utenti, come forse avrete appreso dai media abbiamo dovuto adeguarci ad un provvedimento giudiziario che ci chiede di essere molto severi nella verifica dei contenuti degli annunci nella sezione incontri: alcuni di questi annunci sono in questo momento giudicati dalla magistratura “prodromici alla prostituzione” e quindi illegali. Questo ha portato ad un temporaneo oscuramento del sito di cui ci rammarichiamo.
13/08/2009
Ora come voi tutti potete notare la sezione incontri è rimasta chiusa ma ciò non vuol dire che sia morta. Lo staff di Bakeca e i suoi avvocati stanno lavorando affinchè la giustizia stabilisca se la sezione incontri, fondamentale per un sito LIBERO e generalista quale Bakeca è, possa di nuovo essere accessibile a chiunque (purchè maggiorenne) senza incorrere in ulteriori provvedimenti restrittivi. I tempi tecnici della revisione del provvedimento sono abbastanza corti ma si tratta comunque di giorni piuttosto che di ore.
Il nostro presidente Paolo Geymonat (purtroppo deceduto il 13 settembre scorso) aveva già rivolto un appello tempo fa alla nostra community affinchè collaborasse con noi per salvaguardare questo spazio di visibilità in larga misura gratuito. Lo staff di Bakeca vi ripropone qui tale e quale questo appello, ritenuto quanto mai attuale.
Cari Utenti,
Capisco tutte queste critiche.
Bakeca è oggetto di una indagine giudiziaria sul tema della prostituzione e l’adozione di norme ultra restrittive nei contenuti testuali e nelle foto è frutto di indicazioni dei nostri legali e della stessa procura che sta indagando su di noi per tutelare il lavoro dei nostri 50 dipendenti e collaboratori, la nostra azienda e il servizio che offriamo ai nostri utenti.
La prima missione di Bakeca è tutelare la libertà di espressione dei nostri utenti. Da sempre abbiamo voluto combattere per offrire a tutti uno spazio di libertà. LIBERTA’ DI ESPRESSIONE.
Come mai allora oggi siamo qui a “censurare”, cancellare, mutilare alcuni annunci? Semplicemente perché il loro testo può essere considerato prodromico all’esercizio della prostituzione. Non è sufficente, secondo la procura che sta indagando su di noi, che non siano indicati nell’annuncio riferimenti espliciti o impliciti al pagamento di prestazioni sessuali, gli annunci NON DEVONO ESSERE EQUIVOCI.
Ecco cari utenti, care ragazze e cari ragazzi cari gay, care lesbiche, cari transessuali, noi abbiamo lavorato per voi perché tutti potessero avere questo spazio di libertà dove poter pubblicare i propri annunci….. oggi ci troviamo costretti a censurare e tagliare molti vostri annunci perché vogliamo difendere la VITA DELLA NOSTRA AZIENDA: il nostro posto di lavoro e il vostro posto di libera espressione.
Aiutateci, vi prego. Aiutateci a moderare i toni degli annunci. Chi vuole incontrare una persona, per una vita o per una notte, sia moderata nei termini perché il suo annuncio potrebbe essere interpretato male e trascinare Bakeca in un campo dove non vogliamo entrare: la PROSTITUZIONE.
In Italia la prostituzione è legale. Questo vuol dire che ognuno, in privato è libero di fare del suo corpo e dei suoi sentimenti cio’ che vuole. ED E’ GIUSTO CHE SIA COSI’ !! Ma è VIETATO FAVORIRE LA PROSTITUZIONE e Bakeca SI SCHIERA CONTRO CHI SFRUTTA E FAVORISCE LA PROSTITUZIONE !!!! Quindi non vogliamo diventare un sito di prostitute! Un sito che favorisce la prostituzione, un sito che permette la pubblicazione di annunci prodromici alla prostituzione.
VOGLIAMO ESSERE UN SITO LIBERO. UN SITO DOVE TUTTI: GAY, LESBICHE, TRANSESSUALI, ETEROSESSUALI liberamente possano pubblicare un loro annuncio per cercare un incontro. VOGLIAMO FAVORIRE GLI INCONTRI, non la prostituzione! SENZA IL VOSTRO AIUTO E LA VOSTRA COMPRENSIONE NON CE LA POTREMO MAI FARE. Se non ci aiutate moderando i contenuti dei vostri annunci non riusciremo a controllare tutti gli annunci: sono troppi!! BAKECA E’ CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE: BAKECA VUOLE VIVERE, BAKECA VUOLE CONTINUARE A TROVARE CASA E LAVORO a milioni di italiani e vuole anche continuare ad offrire, nella sua sezione Incontri, uno spazio di libertà. MA NON VUOLE ESSERE CONFUSA CON CHI SFRUTTA E FAVORISCE LA PROSTITUZIONE ALTRUI. CHIEDO AIUTO AI NOSTRI UTENTI: SAPPIATE MODERARE I TONI DEI VOSTRI ANNUNCI E BAKECA VIVRA’ E CONTINUERA’ A OFFRIRE A TUTTI LIBERTA’ DI ESPRESSIONE E LIBERTA’ DI PUBBLICAZIONE DEGLI ANNUNCI!!
Grazie e chiedo infinite scuse a tutti coloro che si vedranno tagliare i propri testi perché magari una parola è finita nelle maglie dei filtri . VI CHIEDO SCUSA MA CERCATE DI CAPIRE CHE BAKECA VUOLE VIVERE E HA BISOGNO DELLA VOSTRA COLLABORAZIONE.
Paolo Geymonat
fonte: http://annunci.bakeca.it/_avvisoutenti
Da qualche tempo, con “la crisi” vissuta o pensata, questo lascio valutarlo a voi, ci troviamo a fare i conti con un crescente incitamento al gioco legalizzato… on-line… al poker come mania dilagante.
Che sia una conseguenza? O solo una coincidenza?
Attenzione.
La strada per la perdizione è ad un passo dal baratro.
Non siate voi i veri Polli da spennare.
13 come gli operai che morirono quel giorno, asfissiati nelle cisterne dell’Elisabetta Montanari. Enzo Arienti, proprietario della Mecnavi, poco tempo prima disse: “Nei miei cantieri il sindacato non è entrato. Ho sempre fatto trattative personali. La tutela? Sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo. Per la mia attività ho bisogno di gente elastica, disponibile a fare lo straordinario senza troppe storie. Paghiamo penali enormi per i ritardi delle consegne”. E’ ancora in attività.
Questo è un bellissimo articolo di Angelo Ferracuti:
Ho raccontato negli ultimi anni molte morti sul lavoro. La morte non è mai accettabile, ma morire per mille euro al mese facendo lavori di merda lo è ancora meno. Non so quanti italiani sarebbero oggi disposti a pulire le stive delle navi, quanti spennare galline, accudire bestiame nelle stalle o raccogliere pomodori per quindici euro al giorno, dopo dodici ore sotto il sole cocente a spellarsi le mani, non so quanti altri farebbero a nero i muratori per quattro soldi a giornata sopra impalcature di fortuna, senza neanche sapere cosa stanno costruendo e se esistono davvero come lavoratori. Ne ho raccontate tante, ho sentito le voci vibranti ancora di dolore, le vedove straziate dei morti per inalazione d’amianto di Monfalcone con le lacrime agli occhi, come mater dolorose, in tinelli semplici di case operaie, alcune delle quali mi hanno insegnato che l’odio non serve, ma solo la ricerca della giustizia è cosa civile in questo mondo e in questa vita che tutti stiamo vivendo. Anche se i processi sono infiniti, e allungano la pena che attanaglia i corpi come incubi a ogni risveglio, e alimentano la rabbia.
Ho visto centinaia di volte nella mia vita entrando dal giornalaio la locandina con gli strilloni impietosi: operaio fulminato dai fili dell’alta tensione, lavoratore barbaramente schiacciato da una pressa, manovale fatalmente cade dall’impalcatura. Fatalmente, pensa un po’. Ho raccontato la morte di un ragazzo delle mie parti, Andrea Gagliardoni, ucciso da una macchina tampografica all’Asoplast di Ortezzano, in quella piccola impresa tanto osannata come modello di sviluppo in certi anni, motore dell’economia, dove gli incidenti sono tantissimi e il più delle volte senza colpevoli. Ho raccontato la storia di Anna Maria Mercadante, 49 anni, e Giovanna Curcio di 15, a Montesano della Marcellana, nella coda della Campania più impervia e abbandonata. Ventiquattro euro per dodici ore continue di manodopera a nero la paga giornaliera nella fabbrichetta abusiva Bimaltex, asfissiate mentre cercavano di salvarsi chiudendosi in uno squallido bagnetto, e ho provato un senso d’orrore immaginando il contorcimento straziato dei corpi abbracciati uno sull’altro. Non voglio raccontarle più, ogni volta che torno da queste ricognizioni e debbo scrivere sento l’impotenza del testimone di seconda mano, di chi cerca di ricostruire una storia che è sempre la stessa, e quelle dolorose degli altri mi entrano nel corpo e non se ne vanno più. Mi tormentano, tornano come fantasmi a farmi visita nella vita onirica. Sono storie di una Spoon river italiana dove il bisogno di fare e guadagnarti i pochi soldi per campare può spingerti a volte nelle mani di un aguzzino, un caporale senza scrupoli che ti accompagna la mattina al lavoro e fa la cresta sul tuo misero salario, o di un padrone spietato che se ne frega altamente delle regole di civiltà in un paese tra i più industrializzati e ricchi dell’occidente come il nostro; e in nome del profitto, perché di questo si tratta, deregolamenterebbe persino il rispetto della vita.
Continuano a morirne ogni giorno come mosche, non si fa a tempo a contarli. Sono le ultime vittime di una serie che sembra infinita. Posso citarli a memoria e a caso per quanti sono, basta cercare in Internet, la rete li ha censiti in ogni dove, infatti se scrivi sul motore di ricerca morti sul lavoro li trovi tutti: a Firenze due operai il 29 maggio dell’anno scorso, lungo l’A1 dell’Autostrada del Sole in uno dei tanti cantieri estivi all’aperto, schiacciati da un tir che ha travolto il loro furgone, il 5 giugno a Grosseto, un tunisino cade da un ponteggio, il 20 a Roma Fiumicino muore Carlo Merola, 24 anni, nello stesso giorno a Quartucciu (Cagliari) Fabio Simula viene schiacciato da un semirimorchio a bordo di una nave merci, per non dire delle ultime terribili tragedie di Torino e Molfetta. Ricordano i personaggi della piccola America di fine ottocento cantati da Edgar Lee Masters. “Butch Weldy che saltò in aria mentre la cisterna esplodeva nella fabbrica di scatolame” e ricadde “con le gambe spezzate e gli occhi bruciati come uova fritte”, o Mickey M’Grew che per pagarsi la scuola finì operaio giornaliero e morì mentre puliva la torre dell’acqua. Per non parlare di Herman Altman,“arso nella miniera”. Sono 1.500 l’anno in Italia le morti accertate, per non dire di quelli uccisi dalla lupara bianca, i polacchi del Foggiano scomparsi nel nulla nella campagne irraggiungibili, picchiati a sangue, bruciati vivi, sfruttati come bestie. Gli africani che lavorano in edilizia, buttati nelle discariche come rifiuti umani.
No, non voglio raccontarle più queste storie, penso mentre sto raggiungendo Ravenna, dove il 13 marzo del 1987 si consumò la più grande tragedia operaia del dopoguerra. I cartelli stradali sono a dir poco ingannevoli, girare per le vie della città e perdersi è una cosa normale, le rotonde ti sviano, non trovi mai la strada maestra. In centro, poi, è quasi impossibile orizzontarsi, chissà quale mente perversa ha pensato in un modo così assurdo la viabilità. Qui morirono asfissiati dalle esalazioni di acido cianidrico tredici operai nei cantieri navali Mecnavi, di proprietà dei fratelli Arienti (che ancora operano indisturbati a Termoli, solo sfiorati dai processi) e dentro le stive della nave Elisabetta Montanari di Trieste, una petroliera in secca, adibita al trasporto di gpl (gas di petrolio liquefatto): Filippo Argnani, quarant’anni, Marcello Cacciatore, ventitrè anni, Alessandro Centioni, ventuno anni, Gianni Cortini, diciannove anni, Massimo Foschi, di ventisei, Marco Gaudenti, diciotto anni, Domenico La Polla, venticinque anni, Mohamed Mosad ne aveva solo trentasei, il povero Vincenzo Padua, sessant’anni, che stava per andare in pensione, e si trovò lì per puro caso, chiamato all’ultimo momento in mancanza di personale, per uno scherzo del destino, ed era l’unico veramente in regola assunto dalla Mecnavi; Onofrio Piegari, ventinove anni, Massimo Romeo, venti-quattro, Antonio Sansovini, ventinove anni, e infine Paolo Seconi anche lui di ventiquattro. Tredici lavoratori morti come topi, come tredici era il giorno di quel mese, tutti asfissiati nel ventre della balena metallica, uno shock incredibile in una città fortemente sindacalizzata e civile dove la Cgil ha migliaia di iscritti e la sinistra governa da sempre.
Superando in macchina la via con l’insegna di quel numero maledetto che vuole ricordare quel giorno, fa una certa impressione arrivarci. Di Ravenna sapevo altre cose, tutte a dir poco edificanti, conoscevo la città d’arte e i mosaici, la tomba di Dante, visitata insieme alle mie figlie, ma poco o niente di questa marina lontana che vedi alla fine di una grande pianura dove le auto parcheggiate hanno le targhe di molti paesi, come gli operai che lavorano qua dentro, quasi tutti stranieri o del Sud dell’Italia, tanto che a osservarlo da vicino sembra il parcheggio di un aeroporto internazionale. Di questa brutta storia però c’è un libro importante, scritto con passione civile da Rudi Ghedini, Nel buio di una nave (Bradipolibri, 2007), dal quale non si può prescindere, scatola nera di una delle pagine più terribili di storia italiana, libro indispensabile per capire quello che è successo, una ricerca sul campo che poi ha originato anche un documentario di rara forza espressiva. “L’esercizio della memoria è difficile” scrive l’autore, “in una società che tende a dimenticare e ad assecondare il fatalismo. In questa tragedia non c’è niente di fatale, ci sono varie colpe penali e politiche, nel senso più vasto del termine. È una cicatrice sulla storia di Ravenna, una pagina emblematica della recente storia italiana, un passaggio traumatico per tanti come il sottoscritto, più o meno coetaneo delle vittime più giovani”.
L’ingegner Giulio Sartoris, nomen omen, in quanto il cognome somiglia a quello di un sottomarino, ci aspetta puntuale nella sede del cantiere Naviravenna. È un uomo sempre molto contratto nel corpo, rigido nel parlare e nell’esporre, un ghigno sinistro al lato della bocca, forse perché è un po’ infastidito che di questa cosa ancora se ne parli, come se quel cantiere si portasse dietro una vecchia maledizione, però la disponibilità è massima, debbo ammettere. Non è il Presidente del Consiglio di Amministrazione che ti immagineresti in un vestito gessato doppio petto e la cravatta larga, a la moda, ma uno che è nato nei cantieri, e li attraversa ogni giorno, si sporca scarpe e mani, i jeans sono di marca buona ma consumati, parla con gli operai, e si vede pure che ci mette passione. Ma il suo fare disturbato resta, perché quando in un luogo di lavoro entra un occhio estraneo desta sempre un certo sospetto. Tanto che appena mi accomodo nel suo studio comincia a lamentarsi dei tanti controlli che lo tarmano. Anche lui c’era quel 13 marzo: “Tutti che facevano fotografie, gente che non sapeva neanche cosa fosse un bacino di drenaggio, veniva a farsi la pubblicità di fronte alla nave. Ho cercato anche di tirarne su uno, purtroppo non ci sono riuscito, l’acido cianidrico ti spacca le vene in testa…solo mettere il naso nel sopraportello ti veniva da svenire”. Mi dice con rammarico, quasi commosso, che alcuni erano riusciti ad arrivare a un metro dalla scaletta ma alla fine non ce l’hanno fatta. E ancora “guardi, la verità su quell’incidente lì non è mai saltata fuori. Ma in quel cantiere qualcosa doveva succedere. Era il periodo in cui si sentiva di più la concorrenza dei paesi slavi. Arienti aveva bisogno di gente e non aveva soldi”. Mi parla di fiamme ossidriche che lavoravano in assenza di uomini, lasciate sole, mi parla di cose assurde, e subito capisco che lui un’idea ce l’ha in testa ma alla fine non viene fuori. Sono solo ipotesi, supposizioni, congetture. Ma a quei tempi su 19 miliardi di fatturato complessivo annuo, il padrone dello stabilimento pensò bene di destinare solo 8 milioni per la sicurezza. Briciole. Questo è un dato certo, altro che chiacchiere. Minimo costo al massimo del rendimento, prezzi più bassi e tempi di consegna più rapidi, quella era la missione aziendale.
Rampante e spregiudicato, tanto quanto il conterraneo Raul Gardini, la cui fine è nota, in una intervista rilasciata un anno prima della tragedia, Enzo Arienti affermava con orgogliosa arroganza: “Nei miei cantieri il sindacato non è entrato. Ho sempre fatto trattative personali. La tutela? Sono convinto che chi vale, chi sa lavorare, sa tutelarsi da solo. Per la mia attività ho bisogno di gente elastica, disponibile a fare lo straordinario senza troppe storie. Paghiamo penali enormi per i ritardi delle consegne”. Nella cantieristica è così, le spese per la sicurezza sono una variabile non indifferente, come il sistema di organizzazione del lavoro, è questo che trucca il mercato. “E poi c’è il problema del caporalato, quello non è cambiato per niente”. “Io i caporali dei tempi della Mecnavi” dice con estrema franchezza Sartoris, uno che crede veramente nella legalità e nel libero mercato, “li vedo che girano ancora qui intorno”. Altra cosa agghiacciante è che mentre i cadaveri erano ancora caldi, invece di preoccuparsi di salvare loro la vita, come scriverà Luciano Pedrelli di Repubblica: “Una testimonianza sul macabro tentativo di coprire un giro di assunzioni fuorilegge è venuta ieri mattina da Elsa Seconi, la madre di Paolo, il giovane al primo giorno di lavoro rimasto asfissiato nella stiva della gasiera. La donna, intervistata da Uno Mattina, ha raccontato di aver ricevuto la visita di una impiegata della Nuova Oti di Forlì. ‘Signora, cerco il libretto di lavoro di suo figlio’ ha chiesto. Tutto questo accadeva venerdì mattina, alle undici, quando ancora il cadavere di Paolo doveva essere estratto dal ventre della nave. E la stessa operazione un secondo funzionario l’avrebbe tentata per altri tre suoi dipendenti (Gianni Cortini, Massimo Romeo, Marcello Cacciatori) uccisi dal fumo”.
I processi alla Mecnavi si chiusero quasi con un nulla di fatto, e alla fine ridotta la pena di un terzo per via del rito abbreviato, Enzo Arienti fu condannato a solo 4 mesi di reclusione, e gli altri fratelli ottennero la sospensione condizionale. Oggi però è tutto diverso, i sistemi di sicurezza sono tra i migliori del paese in questo stabilimento, “adesso siamo controllati come allo stadio, tutte le persone che entrano in cantiere sono identificate, e poi il lavoro navale è un lavoro molto difficile, particolare. Da 21 anni a questa parte gli incidenti che abbiamo avuto qui è chi è magari s’è rotto il dito, quello che è inciampato. Noi vorremmo rispettare tutto, ma qui come esce una legge sono già in cantiere a controllare”. Da quello che racconta Sartoris è una specie di persecuzione. Strana cosa in un paese dove i controlli sono quasi nulli. Forse quei tredici morti, almeno in questa città, sono serviti a qualcosa. Nella sala riunioni da una parte c’è lui che parla, e dall’altra il delegato sindacale, elmetto rosso in testa e tuta, faccia rugosa e barba bianca incolta, nelle tasche la radiotrasmittente, perché è vicino all’età pensionabile e adesso è addetto alla sicurezza, gira per gli stabilimenti guardingo affinché tutto funzioni. Dietro di loro, affisse alle pareti, foto di navi e la carta topografica del cantiere. Due uomini che stanno dentro la stessa storia di lavoro, però in conflitto da anni. So che gli scontri tra di loro non sono mancati, però si stimano. Giovanni Ruggiu è sardo, venne da queste parti per lavorare come trasfertista, poi mise radici e si fece qui una famiglia. “La situazione del porto oggi”, mi ha raccontato ieri davanti a un’ottima bottiglia di sangiovese Luigi Folegatti, il segretario generale della Camera del lavoro, qui con me anche stamattina, “è estremamente complessa. Siamo di fronte a una frantumazione del rapporto di lavoro, a una fortissima precarietà e a tantissimi operai che, provenendo da paesi stranieri, parlano lingue diverse tra loro. Si tratta di lavoratori arruolati per assolvere alla miriade di commesse determinate dalla proliferazione dei contratti di subappalto. Questi fattori costituiscono, al momento, il principale fattore di rischio nel porto e possono seriamente minare le condizioni di sicurezza sul lavoro”.
Camminiamo, l’ingegnere è provvido di notizie. Vedo ragazzi soprattutto stranieri negli stabilimenti Rosetti, dove costruiscono le imbarcazioni. La vecchia Mecnavi, infatti, è diventata due società che si dividono l’area portuale: da una parte si fa il nuovo, dall’altra la manutenzione. Quando arriviamo alla fine del cantiere l’operaio Ruggiu, indicando il bacino di carenaggio, mi avverte: “Ecco, la Montanari stava proprio in questo posto”. Qui si consumò la tragedia. La nave stava dove adesso ce ne è un’altra di colore rosso e dove si svolge un’attività continua da ogni parte. Il lavoro di manutenzione è sempre lo stesso di allora anche se sono passati vent’anni. I picchettini operavano in spazi stretti, strisciando come i minatori, spostandosi tra le intercapedini, sporchi nel viso di fuliggine, al buio pesto, uno vicino all’altro come i topi capaci di sopravvivere anche negli spazi più angusti. Come ratti stavano nel doppiofondo della nave, a un’altezza che al massimo era di 90 centimetri, manualmente e con i secchi, con stracci e raschietti stavano faticosamente portando via la nafta residua e tutto il materiale infiammabile, aspiravano con pompe nei cunicoli distribuiti a nido d’ape. Niente di altamente professionale, una cosa che potevano fare tutti. Così come i carpentieri che tagliavano le lamiere in avanzato stato di corrosione che andavano sostituite. Proprio questa coabitazione sciagurata e l’incuria della proprietà provocò la tragedia. Lavoravano “al limite delle possibilità umane”, come scrisse un magistrato, “in un buco senza uscita, sdraiati per dieci ore al giorno, con l’aria che mancava e la testa che girava per le esalazioni dell’anidride carbonica”, come raccontò un ragazzo che si salvò perché aveva preferito licenziarsi qualche mese prima. I turni normali allora erano di 12-14 ore.
Anche Monsignor Tonini, nell’omelia funebre che si tenne in Duomo tre giorni dopo, usò frasi che poi passarono alla storia, che posso immaginare altisonanti e severe: “Fossero andati i genitori a visitare quei cunicoli avrebbero detto: ‘no, figlio mio! Meglio povero, ma con noi!’ Avrebbero avvertito l’umiliazione spaventosa, la disumana umiliazione. Un ragazzo di 17-18 anni che è costretto a passare dieci ore in cunicoli dove – posso dire la parola? Non vorrei scandalizzare – dove possono vivere e camminare solo i topi! Uomini e topi! Parola dura, detta da un vescovo all’altare: eppure deve essere detta, perché mai gli uomini debbano essere ridotti a topi!” Mi torna in mente il romanzo di John Steinbeck, un libro degli anni ’30 drammaticissimo, derivato dai versi del poeta scozzese Robert Burns, Uomini e topi, dove per la prima volta, come scrisse Claudio Gorlier, nel romanzo realista “si accenna ai piani architettati da uomini e topi che spesso sortiscono cattivo esito, e invece della gioia promessa recano null’altro che dolore e sofferenza”. La Montanari era una gasiera con un serbatoio in vista sul ponte e due sotto, dentro la stiva. Al lavoro ci stavano in diciotto operai proprio nella stiva 2, dipendenti di sei ditte diverse, l’uno all’insaputa dell’altro. Il turno era iniziato alle7,30. Ma tutto in realtà cominciò alle 9,00, mentre “…il carpentiere Pirri (che poi subì una condanna, anche se lieve al processo) stava praticando un taglio a L sotto il serbatoio numero 4”, questo dicono le carte processuali, e lì si sviluppò un principio d’incendio. Pirri in un primo tempo cerca come può di intervenire, tenta di soffocare il principio d’incendio con i propri guanti da carpentiere e con stracci di cui dispone per pulirsi le mani”. Un altro operaio, Bazzana, messo sull’avviso dalle grida al fuoco di Pirri scavalca la sella che lo separa dal collega per aiutarlo. Sono momenti di panico là sotto. Lo stesso testimonierà: “il calore prodotto dalla fiamma aveva nel frattempo provocato lo scioglimento del catrame, e dopo pochi istanti una fiammata ha incendiato il rivestimento del bombolone sviluppando una notevole quantità di fumo”. I periti scriveranno: “Una corretta organizzazione del lavoro avrebbe richiesto progettazione, pianificazione e programmazione degli interventi avendo cura di stabilire priorità e compatibilità degli stessi”.
Cominciano ad arrivare le squadre dei vigili del fuoco, tra le 9,20 e le 9,50, e il primo corpo senza vita, quello di Marco Gaudenti fu estratto non con poche difficoltà alle 10,45. La cosa più agghiacciante furono i tonfi che si sentirono degli operai che battevano disperati con i martelli contro le pareti della nave alla ricerca di aiuto, mentre i vigili cercavano di individuare l’esatta posizione di questi per tagliare le lamiere e creare così una via di fuga. Le immagini del fotografo Augusto Ballestrazzi scattate in presa diretta sono impietose: raccontano tutte le scene del tentativo di salvataggio, i fumi che si sprigionano dalla nave, gli schiumogeni che ricoprono il fondo del bacino, gli altri operai che con gli sguardi rettili sono in attesa, i vigili del fuoco distrutti, i volti pieni di disperazione, che cercano di praticare fori nella chiglia, lottando contro il tempo azionano le lanciafiamme nell’intento di aprire dei buchi e liberare i gas che si stanno sprigionando all’interno.
Li tirarono fuori che erano già tutti morti. L’inviato de L’Unità Jenner Meletti scriverà il giorno dopo sul giornale: “Lo guardiamo da vicino, questo ragazzo con la faccia nera di catrame. Si chiamava Paolo Seconi, aveva 23 anni. Basta osservare i suoi vestiti, per capire quali tremendi lavori deve accettare chi per anni ha cercato un lavoro ‘normale’ e non lo ha trovato. Paolo ha la testa coperta da un pesante passamontagna, indossa tre maglioni, ha pantaloni di velluto spesso. E sopra tutto ha un cappuccio, giacca e pantaloni di tela cerata, e lunghi stivali”. Come quelli dei ragazzi che ho visto muoversi oggi dentro le navi di questi stabilimenti: i macedoni che fanno i ponteggi, i portoghesi, i rumeni, gli algerini e i senegalesi, gli albanesi, “che quando fanno gruppo sono pericolosi”, mi ha detto Hermes, un operaio piccoletto di Bertinoro che lavorava in cantiere quel 13 di marzo e di quella disgrazia non vuole più parlare, perché lui c’era ma tiene la bocca cucita, gli fa troppo male, inutile insistere, e gira in bicicletta perché di questa nave è l’Rtl, e cioè il responsabile tecnico lavoro, colui che controlla e monitora ogni tipo di operazione. Hanno facce che sanno di passato questi lavoratori stranieri, tute slabbrate e cappellini messi all’incontrario, con la visiera dietro i capelli, bandane strette sulle tempie, fumano tutti come dannati. Hanno qualcosa di antico come i minatori fotografati da Salgado: gli occhiali protettivi, cerchiati dalla fuliggine, i guanti sporchi di catrame, le pesanti scarpe antinfortunistiche.
Il vigile del fuoco Ivo Burbassi fu tra i primi ad accorrere e coordinò le operazioni, suo malgrado. Lo incontro alla Camera del lavoro di Ravenna il pomeriggio. Ha un’aria seria di persona onesta, scrupolosa, quella di uno che nella vita ha sempre pensato di fare bene il proprio dovere. “Quando siamo arrivati eravamo già sicuri che c’era della gente che era rimasta nella nave, ma all’inizio si parlava di una, due persone al massimo. Noi siamo intervenuti subito con l’intento almeno di salvarne qualcuno, ma per le dinamiche dell’evento non ci siamo riusciti” racconta come se rivivesse la scena, gli occhi lucidi persi nel vuoto. Mi spiega tecnicamente quali e quante furono le mancanze che portarono alla morte diquei poveracci. “Il problema è che si lavorava con scarsa luce, quindi Pirri non ha visto le chiazze di nafta, poi ha tentato di soffocare l’incendio con i guanti perché non aveva neanche a disposizione un estintore, e poi mancava una seconda uscita ed era del tutto assente la ventilazione. Quindi i lavoratori si sono rifugiati nel doppiofondo e con il martello battevano quei maledetti colpi”.
Burbassi è scientifico, di una precisione impressionante: “Quando siamo arrivati abbiamo tagliato nel punto dove si sentiva battere, abbiamo tagliato le lamiere, ma quando li abbiamo raggiunti purtroppo non c’era più niente da fare”. Adesso il vigile è commosso, ha come una piccola incrinatura nella voce, ma poi si riprende subito: “Quando abbiamo recuperato i corpi, siccome non erano stati raggiunti dall’incendio non mostravano segni di bruciature. Ricordo uno di questi uomini, uno che doveva andare in pensione dopo pochi giorni, e fu mandato lì perché erano in ritardo con il lavoro di picchettatura”. Gli suggerisco il nome, Vincenzo Padua, un siciliano. “Si, ecco,” fa lui, “Padua. L’abbiamo trovato verso le due del pomeriggio, seduto con la testa reclinata, il secchio in mezzo alle gambe, il martellino ancora stretto nella mano. Non si era mosso di un millimetro”. Prima di lasciarci, mi confessa che come vigile del fuoco gli resta l’amarezza per non essere riuscito a salvare nessuno quel giorno. “Guardi, io sono stato anche alla stazione di Bologna dopo la strage del 2 agosto, ma lì almeno uno, alle otto e mezzo di sera, lo abbiamo trovato ancora in vita.” I parenti dei lavoratori di Bertinoro non se la sentono di incontrarmi, certi sono molto vecchi mi hanno detto, non hanno voglia di riaprire la ferita. L’unico che riesco a rintracciare, manco a farlo apposta, è proprio il figlio di Padua, l’operaio di cui ho sentito parlare per tutto il giorno.
Il povero Padua, per l’appunto. Anche Ruggiu me ne aveva fatto cenno al cantiere. Il figlio è molto giovane e abita ad Alfonsine, un paesino qua intorno, sulla provinciale che porta a Ferrara. Scrive libri, e in uno di questi, La luce blu delle margherite, una sorta di autobiografia d’invenzione (come diceva Bilenchi si inventa sempre partendo da una realtà) parla anche di suo padre. Quando lo raggiungo in questa piccola casa di periferia, stretti intorno al tavolo di un tinello rabbuiato, mi trovo di fronte un ragazzo molto dolce nei modi, quasi un po’ intimidito dalla mia presenza. Ecco, partiamo dal passo del libro propongo. Glielo leggo: “Eravamo al terzo set di una partita combattuta, quando vidi un’auto familiare affiancarsi alla recinzione del campetto. Era mia madre. Suonò il clacson e mi fece cenno di salire. Io le feci capire che non avevo nessuna intenzione di andare via così presto, ma lei mi fissò con uno sguardo che mi fece rabbrividire. Compresi che era successo qualcosa di molto grave, e non mi sbagliavo. ‘Siamo rimasti soli’ mi disse con voce rotta. Mio padre era morto. La nave attraccata al porto dentro la quale stava lavorando insieme con altri dodici operai, quasi tutti alla prima esperienza, aveva preso fuoco, e la stiva in cui in quel momento si trovavano si era trasformata in una camera a gas. Non c’era stata nessuna possibilità di salvezza”. Cominciamo da quel giorno suggerisco. Mi racconta che abitava a Marina di Ravenna e frequentava ancora le scuole medie, solo più tardi si trasferirono nelle case di Mezzano. “Mio padre mi accompagnava tutte le mattine a Ravenna, dove poi prendevo la corriera per arrivare a Marina, a scuola. Quindi mi accompagnava prima di andare a lavorare e gli orari erano assurdi, mi dovevo alzare alle cinque per essere a scuola alle otto, perché io stavo con i suoi orari”.
Ricorda perfettamente quel pomeriggio. Stava giocando con i compagni, sua madre sarebbe andata a prenderlo come sempre la sera. Però appena uscito da scuola cominciò a sentire di questo incidente che era successo ai cantieri. Sua madre allora faceva le pulizie in una discoteca. “Mi ricordo che è venuta a prendermi e mi ha portato a casa di mio fratello. Lei sapeva dell’incidente, però c’erano delle voci contrastanti”. All’inizio sembrava che la nave dove lavorava suo padre non fosse coinvolta, sembrava che non fossero davvero morte delle persone. “Quella mattina a Ravenna è stato un incubo” ricorda, “tra ambulanze ed elicotteri, la città era in subbuglio”. Poi lui va a giocare con gli amici al campetto, e a un certo punto un ragazzino gli fa: “Ma tu non ti chiami Padua di cognome?”. Lui dice sì, e l’altro insiste: “Mi sa che c’era anche tuo padre nell’incidente”. Non sapeva niente in quel momento, fin quando non si affianca la macchina in quel campetto, dietro la chiesa dove stava giocando e vede sua madre dietro e i suoi cugini alla guida. “In quel momento sono schizzato via, e mia madre mi fa: guarda è successo un incidente nella nave dove lavorava il babbo, si è fatto male”. Vanno insieme a casa di suo fratello. “Nel momento in cui siamo rimasti da soli le ho chiesto: ma dimmi la verità, è morto? E lei, in lacrime, ha confessato”.
Sul tinello della casa di Massimo, appesa alle pareti, c’è una foto di tutta la famiglia, è un giorno di festa, sono tutti in posa, e il padre accarezza i suoi figli con tenerezza. “Dopo tanti anni eravamo tranquilli, i miei genitori, che pure avevano avuto momenti non facili nella vita di coppia, erano entrati in una fase buona, tutti e due siciliani, lui di Gela e lei di Caltanissetta.” Suo padre sarebbe andato in pensione da lì a qualche mese, avevano questo appartamento grande, pensavano di fare insieme tutti quei viaggi che non avevano mai potuto fare, “perché quando lui arrivava a casa era ridotto ai minimi termini, lavorare in quelle condizioni era pazzesco”. Purtroppo sono costretto ancora a chiedere. Cosa è successo dopo, come è cambiata la sua vita. Con la voce rotta dall’emozione mi dice: “La cosa più crudele è morire sul lavoro, dopo è stata una tragedia, anche perché io ero piccolo, mia madre ne è uscita proprio devastata, si è lasciata andare moltissimo, anche a livello estetico, non si curava più, cosa alla quale lei aveva sempre tenuto moltissimo. È invecchiata subito, sarà stata forse la mia impressione, però a me è parso così. Mi ha condizionato tantissimo, più di quanto posso ammettere, tuttora faccio fatica a parlarne. Però era una tragedia annunciata, questa l’idea che mi sono fatto dopo tanti anni. Trovo assurdo che non mi abbia mai detto niente delle condizioni in cui viveva ogni giorno… lavoravano come dei topi, veramente” dice sconsolato. Scrive sempre nel suo libro Massimo Padua, chiudendo quel breve racconto dove per la prima volta dopo tanti anni è riuscito a stanare un piccolo pezzo segreto di quella storia: “Quello fu un giorno tragico non solo per noi e per tutti i famigliari delle vittime, ma per l’intera città di Ravenna. Il mio eroe, o ciò che ne era rimasto, se n’era andato via per sempre insieme alla mia innocenza”.
Voglio ringraziare innanzitutto il segretario della Camera del Lavoro di Ravenna Luigi Folegatti, la signora Diana Valenti, provvida di notizie e imbeccamenti, il responsabile della Fiom Milco Cassiani, l’ingegnere Sartoris, il simpatico vigile del fuoco Ivo Burbassi, e il fotografo Daniele Maurizi, gattescamente complice e felpato negli scatti, e ancora Rudi Ghedini al quale ho saccheggiato a man bassa parte di questa memoria.
Quello che segue é un immaginario colloquio di lavoro a RAVENNA, colloquio mai avvenuto e che non prende spunto da alcun episodio reale. Tutto frutto della mia fantasia. Le persone e i luoghi sono puramente inventati, benché, forse, verosimili.
<<Buongiorno.>>
<<Buongiorno. Lei é il signor?>>
<<Giulio Galbiati>>
<<Piacere, Michele Bellari>>
<<Piacere>>
<<Mi aspettavo qualcuno di più vecchio>>
E’ il primo affronto.. ma te ne sbatti, sei lì per un lavoro, vuoi mandare tutto a puttane i primi 5 secondi? No vero.. e allora lasci che tutto scorra liscio..
L’esaminatore con la sua solita faccia sorridente, mi squadra dalla testa ai piedi.. e poi con sguardo.. un attimo perplesso:
<<Si sieda>>
Io mi siedo.. accavallando le gambe, cosa che dicono non dovresti fare perché il linguaggio del corpo indica chiusura e non é bene.. certo.. sempre carini e sorridenti! Al massimo dell’energia, prestazioni sempre al top!
Quella mattina mi sono alzato, dopo giorni di nullafacenza.. ho le occhiaie perché la notte faccio, anche involontariamente tardi.. ho mangiato una colazione blanda.. ma quella mattina ho bevuto il mio bel caffè, che sono mesi che non bevo.
Sono carico.. teso come una corda di violino.. le mani tremano.. effetto non voluto del caffè.. che quella mattina dopo giorni e giorni di astinenza sembra fare il suo lavoro in maniera più forte del previsto.. mi rende paranoico.. non a livelli gravi.. ma quel grado di paranoia tale da renderti più suscettibile.
Ormai mi sono seduto.. bello composto.. e aspetto le domande, ma invece..
<<Dunque noi, della DIONAI REVIVE, azienda Italiana sul mercato da più di 20 anni, ci occupiamo di produrre, speciali profilati nel settore idraulico.. lei sa di cosa stiamo parlando?>>
Cerco nel mio cervello di aprire tutti i cassetti, fare appello alla mia memoria e un pò anche alla mia fantasia.. ma l’unica risposta che ci trovo é una definizione molto vaga della parola “PROFILATO”.. e subito per associazione, mi viene in mente la parola “PROFILATTICO”.. ma decido di non rischiare..
<<Mmm.. onestamente no.. devo ammettere la mia ignoranza, ma non so di cosa stiamo parlando>>
L’esaminatore sorride, con quel suo ghigno malefico da “Siamo a posto!”, ma anche un pò da padre.. in stato.. “pietà di te”.. e così decide di aiutarmi.
<<Nulla di fantascientifico.. fondamentalmente si tratta di tubi, canalette in alluminio.. profilati angolari, modulari.. una serie di articoli che noi adattiamo all’utilizzo nel settore idraulico>>
Faccio finta di capire con un cenno della testa, fingendo chiaramente attenzione in attesa che cessi di parlare e possa venire il mio turno per esporre la mia situazione.. quindi non riporto questa parte del discorso perchè é totalmente sconosciuta anche a me.
Quando ha finito di parlare della sua ditta.. sulla quale non ho alcun interesse.. perché con tutta probabilità se non verrò ammesso.. appena uscito da quella porta, non ricorderò mai nemmeno il nome dell’azienda.. beh.. ritorno in me.. e l’attenzione torna a livelli normali.
<<Lei ha 26 anni?>>
<<Si.>>
<<Sembra molto più giovane>>
<<Grazie. Sa.. me lo dicono tutti.. e io dal canto mio che ci posso fare, la gente fa di tutto per non invecchiare, e io che non invecchio che vuole che faccia, devo sputarci sopra??>> Gli rispondo sorridendo. Se ha voluto capire ha capito!
<<Beh ad ogni modo.. questo é il suo curriculum, vediamo.. ragioniere.. beh.. ha preso anche un bel voto, come mai non ha fatto il ragioniere>>
<<Eh.. non mi piace come lavoro, il lavoro di ufficio.. non fa per me un pò deprimente..>>
<<Ma anche qui alla DIONAI REVIVE, noi stiamo cercando una figura di questo tipo, si tratta comunque di lavoro d’ufficio>> e TAC! altro sorrisino.
<<Beh si lo so, ma non é magari così ripetitivo come il lavoro amministrativo.. pratiche.. timbro, firma.. fogli, carta.. insomma magari qui é un pò più dinamico>>
<<Noi cerchiamo una figura.. con esperienza nel settore della bollettazzione, della corrispondenza con i clienti e con una buona conoscenza dell’inglese>>
<<Certo, ho letto l’annuncio.. per la bollettazione non ho esperienza, ma bene o male ho una buona conoscenza dell’inglese>>
<<Lei sul curriculum ha scritto buona conoscenza dell’inglese.. come mai si sente così sicuro?>>
Cosa vuole che gli risponda questo??
<<Beh perché credo di avere avuto un’ottima insegnante di inglese poi é una lingua che uso molto leggendo varie cose su internet, avendo fatto diversi viaggi, insomma credo di conoscerlo>>
<<Perché.. se con ottima conoscenza dell’inglese si intende un madrelingua, con buona conoscenza ci si aspetta una certa fluidità.. una conoscenza dei termini tecnici>>
<<Beh certo.. ora.. magari non so come dire “PROFILATO” in inglese, però.. posso sempre impararlo, il linguaggio specifico di un settore lo si impara poi sul campo credo no?>>
<<Si si.. Quindi lei non ha esperienza nella bollettazione? Ed é ragioniere?>>
TIPICO comportamento dell’esaminatore.. ripetere le cose che tu gli hai detto.. quando lo fa.. significa che sei già scartato a priori.. ma tu.. continui perché infondo devi portare al termine il tuo colloquio.. perché se non concludi la cosa non ti alzi dalla sedia al più presto..
<<Beh si.. non ho esperienza, ma c’è anche da dire che non ho avuto modo di farmela. Tutti chiedono ESPERIENZA, ma uno dovrà pur cominciare da una qualche parte, no?>>
Di nuovo l’ennesimo sorriso tra il beffardo e il comprensivo di quel maledetto dell’esaminatore.
<<..Allora.. esperienze lavorative.. dunque dal 2001 al 2006 addetto alle vendite presso importante centro commericiale..>>
<<Si? Quale?>>
<<Eh.. “IL SERCHIO” in Via Fiumana 26>>
<<Ah.. non conosco>> Stanne certo.. davanti all’esaminatore puoi dire anche.. ho lavorato per la regina d’Inghilterra, o per la MERCEDES, e ti direbbe allo stesso modo, stessa intonazione, stessa espressione sul volto “NON CONOSCO”.. un classico entrato nella storia dei colloqui di lavoro!
L’esaminatore contiua:
<<Poi come mai ha deciso di cambiare lavoro?>>
<<Mah alla fine diventava un po’ stancante, lo stipendio era basso, venivo assunto a tempo determinato con dei contratti su misura.. e poi dovevo lavorare molte ore.. molto straordinario, poi volevo cercare qualcosa di più vicino a casa.>>
<<Mmmh.. capito.. quindi principalmente per problemi logistici?>>
<<Beh si.>> Problemi logistici?!? Io rispondo si.. così va avanti.
<<E poi invece dal 2008 ad oggi, magazziniere presso JUS SRL, cosa faceva?>>
<<Eh niente.. sistemavo la merce.. facevo i pacchi, li spedivo.. usavo il muletto il transpallet.. questo genere di cose.>>
<<Capito.. e come mai adesso vuole cambiar lavoro?>>
<<Beh perché era ora di cercare un lavoro più “definitivo” qualcosa non dico per tutta la vita, ma qualcosa di più stabile che si possa fare anche in età avanzata>>
<<Si, si capisco, ma lei non risponde fondamentalmente alla FIGURA che noi cerchiamo>>
Sta cazzo di figura.. cazzo devi fare l’album PANINI, ma vai a cagare va!
<<Si.. é vero non ho esperienza però vede credo che sia un po’ una chiusura mentale tutta italiana quella che se nasci ragioniere muori ragioniere, se finisci a fare il magazziniere, perché hai sviluppato esperienza in quel settore dovrai morire magazziniere.. all’estero non é così!>>
<<Si ma abbiamo necessità di inserire questa persona al più presto.. perché dobbiamo sbrigare una mole di lavoro.. che in questi mesi si é andata via via accumulando e quindi stiamo cercando una persona che riesca a lavorare con una certa autonomia>>
Che bel lessico! fantastico.. da manuale del mondo di lavoro.. In sostanza:
ABBIAM BISOGNO CHE STO QUI LAVORI DA SOLO E IN FRETTA PERCHE’ IN STI MESI NON C’ERA NESSUNO CHE FACEVA STA COSA E ORA C’è BISOGNO DI UNO CHE SI FACCIA IL CULO ANCHE CON DELLO STRAORDINARIO E LO FACCIA IN FRETTA!
L’esaminatore a questo punto continua.. sapendo che non sei quello che sta cercando.. a questo punto cerca di ritirarsi.. sminuendo quindi la sua offerta, ma allo scopo di ottenere da te qualcosa di più.. é un pò come contrattare con i “VU CUMPRA’”.. quando il prezzo é troppo alto, tu cosa fai te ne vai.. e aspetti che lui abbassi la sua offerta, l’esaminatore fa la stessa cosa..
<<Comunque alla DIONAI REVIVE, per questo ruolo.. non c’è prospettiva di carriera, se non dopo alcuni anni, ma sostanzialmente non ci sono grossi incrementi.>>
<<Beh si non é un problema non aspiro a carriera o ambizioni di altro tipo>>
<<Lo dico perché molti invece sono interessati ad uno sviluppo ma non é politica aziendale>> TRADOTTO: Nel corso degli anni ti affibbieremo più responsabilità, più lavoro.. ma la paga resta la stessa.
L’uomo della DIONAI prosegue.. <<Sarebbe disposto a lavorare anche il sabato o la domenica, ovviamente con un giorno di riposo settimanale?>>
<<Mah.. onestamente, io ho dato come preferenza all’interinale un lavoro su 5 giorni lavorativi.. quindi sabato e domenica possibilmente a casa.. però.. se il lavoro é interessante posso adattarmi>>
<<Certo.. nel primo periodo comunque qui alla DIONAI, ci sarà bisogno che questa persona faccia dello straordinario, non pagato, quindi si parla anche di lavorare 10 ore al giorno , lei ha problemi?>>
NOOO!! Chi é che non vuole lavorare 10 ore al giorno! Chi é che non vuole fare straordinario non pagato.. é UN SOGNO! Cerco di sbollirmi.. infondo sto cercando un lavoro, meglio tenersi una porta in più aperta
<<No, può andare.>> rispondo.
<<Bene.. direì che abbiamo finito.. ha domande da farmi?>>
FATECI CASO, durante tutti i colloqui di lavoro.. dello stipendio, la cosa più sostanziale non si parla MAI, se non in casi rari, o solo alla fine del colloquio.PERCHE??
Un buono stipendio cambia tante cose, sistema tanti dubbi, invita.. motiva..ma invece questi pretendono che tu accetti un lavoro a scatola chiusa.. senza chiedere quanto percepirai.. perchè TU HAI VOGLIA DI LAVORARE; così tanta che lavoreresti anche gratis!
<<Beh quanto sarebbe lo stipendio medio?>>
<<Dunque.. qui noi abbiamo l’inquadramento del settore METALMECCANICO, qualifica per chi inizia terzo livello>>
CHIARISSIMO! HO CAPITO TUTTO!
<<Che in sostanza sarebbe?>> preseguo io
<<Beh.. circa.. 1000 euro.. 50 euro in più 50 euro in meno>>
<<Quattordicesima?>>
<<Eh no.. non l’abbiamo.. i sindacati si sono battuti tanto, ma ancora non l’abbiamo ottenuta, però.. si spera che entro la fine dell’anno ce la passino. Altre domande?>>
<<Beh direì di no.>>
<<Le piace come lavoro? Che lavoro vorrebbe fare?>>
Ma che domande sono?? Cosa vuole che gli risponda, quello che tutti risponderebbero “LA ROCKSTAR”, il pittore, il dj, la velina, il calciatore, il regista, l’attore.. che devo rispondere? Un attimo di sincerità.. chi mai vorrà fare nella vita il ragioniere.. lo si fa per necessità.. ma non perché LO SI VUOL FARE. Rispondere “Si voglio fare questo lavoro” é mentire, ma anche mentire spudoratamente! E’ “falsa testimonianza”, si va nel penale!
E poi 10 ore al giorno, senza quattordicesima, con possibilità di fare carriera prossime allo ZERO.. e dovreì dire che mi piace??!? Pura follia. Alla fin fine una risposta dovrò pur darla.
<<Non sapreì, può essere, infondo non l’ho mai fatto difficilmente posso sapere se mi piace o no. Poi sa influiscono molte cose, se l’ambiente é stressante se i colleghi sono amichevoli.. molte cose.>>
<<Beh fondamentale per noi é una persona SVEGLIA.. che abbia voglia di lavorare. Tu non sei un tipo che va in discoteca, che fa tardi la notte? No te lo chiedo perchè abbiamo avuto un ragazzo che lavorava qui che faceva tardi la notte, poi veniva al lavoro e sbagliava, praticamente dormiva, ma poi tu non mi sembri il tipo o sbaglio?>>
Certo, perchè uno che non ha voglia di fare un cazzo viene anche a dirtelo! Pirla! Proprio Pirla!
<<No no, si figuri.. io sto sempre in casa, poi la discoteca non mi piace>>
Come da copione.. a questo punto l’esaminatore si alza dalla sedia, viene oltre il tavolo e sorridendo ti stringe la mano.. e ti dice:
<<Bene allora, le faremo sapere>>
<<Va bene, grazie, buona giornata>> e me ne esco dall’ufficio chiudendo la porta e sapendo che quell’opportunità é stata completamente giocata, ma anche che infondo non ho perso nulla perché posti così dove ti schiavizzano ce ne sono a centinaia.